
l'esperienza ad Arzignano
I
l 24 settembre scorso si è celebrata la giornata nazionale delle cardiologie aperte.
Nell'intento dell'Associazione nazionale dei cardiologi ospedalieri e della Heart care foundation, la fondazione che ha promosso l'iniziativa, questa giornata annuale dovrebbe consentire l'accesso al pubblico agli ambienti cardiologici ospedalieri. Questa apertura viene interpretata in modo diverso secondo le situazioni locali, la disponibilità di personale, l'approccio che i responsabili del reparto intendono avere nei confronti della gente. Infatti, non si tratta dell'istituzionale rapporto con i pazienti; qui l'apertura dell'ospedale riguarda ovviamente anche i pazienti, ma riguarda la gente qualsiasi, quella che non è malata, ma che può avere un interesse culturale nei riguardi della disciplina cardiologica, o un interesse attinente allo stato di salute proprio o dei propri familiari o, infine, semplice curiosità.
La divisione di cardiologia di Arzignano ha inteso l'apertura, non come un fatto puramente simbolico, ma come un fatto sostanziale e pregnante. Infatti, qui non si tratta di dare al pubblico, una volta all'anno, la possibilità di entrare in locali quasi inaccessibili per tutto il resto dell'anno o accessibili solo su richiesta motivata del medico curante, per eseguire una visita o un esame strumentale. Si tratta di aprire l'assistenza cardiologica al pubblico inteso come pazienti, familiari, amici dei malati e personale volontario di assistenza, non un giorno all'anno, ma costantemente. Questo obiettivo ha caratterizzato l'attività della divisione di cardiologia di Arzignano fin dal suo nascere 10 anni fa. Abbiamo inteso la necessità di una assistenza, soprattutto ai malati più gravi, in terapia intensiva, supportata dalle persone più care al paziente, consentendo lo stazionamento, anche 24 ore su 24, di un familiare nel box della terapia intensiva ove è ricoverato il congiunto. Questo approccio non è diffuso, anzi possiamo dire con certezza che è a tutt'oggi abbastanza raro, perché prevale ancora, nella mentalità della maggior parte degli operatori sanitari, medici e infermieri, il concetto che il parente del malato costituisca un disturbo, un intralcio all'assistenza e talora un pericolo, nel senso che, con la presenza continua, più facilmente un familiare potrebbe entrare nel merito di eventuali carenze assistenziali e denunciarne eventuali conseguenze, o potrebbe avere modo di valutare il personale ed eventualmente esprimere un giudizio sfavorevole.
Noi, invece, riteniamo che la presenza di un parente stretto sia di gran conforto per i malati e sia una necessità umana che non si può negare. Oltre tutto, il personale che lavora con impegno e passione, non dovrà temere nulla, perché certamente riceverà l'apprezzamento di chi osserva. Infine, anche dal punto di vista pratico, un parente è di aiuto agli operatori, nell'assistere il malato nei pasti, nei bisogni fisiologici e nel sostegno psicologico, necessarissimo in questi casi. Oggi finalmente nella letteratura internazionale si legge dell'opportunità di far partecipare i familiari anche alle fasi critiche dell'assistenza, come può essere una rianimazione cardiaca, riconoscendo il grande valore del coinvolgimento delle persone care. Uguale apertura è stata offerta da noi alle associazioni di volontariato che integrano in modo encomiabile l'assistenza degli operatori.
Quindi ben vengano le giornate aperte della cardiologia, purché non si risolvano in una manifestazione folcloristica, ma abbiano un senso umano e sociale.
Ennio De Dominicis
